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A proposito di 

VALERIA COSTA

Valeria Costa nasce a  Roma nel 1912 e inizia la sua carriera artistica nella seconda metà degli anni '30, dopo aver studiato pittura all'accademia di belle arti e alla scuola di nudo di Roma.

Nella prima fase della sua vita lavora al fianco del fratello Orazio Costa come costumista e scenografa teatrale, collaborando con la Compagnia dell'Accademia, creata dal critico e teorico teatrale Silvio d’Amico. Il suo esordio sulle scene è con "Il dramma di Margherita" dal Faust di Goethe con la regia dell’istriana Wanda Fabro. In seguito collabora con il fratello Orazio realizzando costumi e scenogafie per numerosi spettacoli tra cui ricordiamo: "Ippolito" di Euripide al Teatro Greco di Siracusa (1954); "I dialoghi delle Carmelitane" di Bernanos, al Teatro delle Arti di Roma (1955); "I giganti della montagna" di Pirandello al Teatro Nazionale di Bruxelles (1963). Per il Piccolo Teatro di Roma, sempre con la regia di Orazio, tra gli altri ha firmato scene e costumi di: "La famiglia dell'antiquario" di Goldoni (1955-1956); la"Favola del figlio cambiato" di Pirandello (1957); "L'anitra selvatica" di Ibsen (1962).

Valeria Costa inizia a produrre opere fin dai tempi dei suoi studi in Accademia, tanto che già nel 1939 partecipa alla III edizione della Quadriennale di Roma. Nel corso di quasi sei decadi, l'artista ha esplorato generi e stili pittorici estremamente diversi. All’inizio della sua carriera artistica il suo stile è caratterizzato dalla fascinazione per la nuova oggettività tedesca e il realismo magico italiano. Evidente, come fa notare lo storico dell'arte Claudio Strinati, anche l’influenza della Scuola Romana. Le primissime opere sono per lo più ritratti di famiglia, mentre negli anni ’50 si lascerà ispirare spesso dalla vita della borghesia romana. In opere come “Strep-Tease”, “Gente che balla”, "Uscita da Teatro” si ritrova tutto il fascino della Roma della Dolce Vita di Fellini. 

Ben presto però comincia a sperimentare l'astrattismo che le garantisce una maggiore libertà di espressione e che resterà una costante nella sua produzione artistica fino agli ultimi anni di vita.

La figurazione si fa invece più  materica, carica di una certa aggressività del tratto e di una violenza gestuale che meglio si addice ai temi che l'artista inizia ad affrontare in quegli anni. La sofferenza umana è al centro di un corpus di opere che l'artista inizia intorno alla metà degli anni '60 e che sembrano rappresentare una sorta di ponte tra le esperienze della Scuola Romana e quelle della Transavanguardia. In questo stile che potremmo definire neo-espressionista la Costa realizza due serie di dipinti, una a colori in cui le tonalità calde del rosso, carminio, ocra, sabbia, sembrano far riferimento alle ricerche cromatiche della Scuola Romana che l'aveva influenzata negli anni giovanili della formazione, un'altra in bianco e nero che sembra invece far riferimento diretto alla Guernica di Picasso. In queste opere, per lo più figurative, pochi sono i paesaggi prodotti, per lo più scorci urbani, le proporzioni e l'anatomia dei corpi vengono stravolte, gli arti si allungano come tentacoli, le mani e gli occhi ingranditi per meglio evidenziare i sentimenti di sofferenza o di paura che attanagliano i personaggi. Una sorta di proto-umanità quella rappresentata dalla Costa in cui la sofferenza e il dolore ha trasformato gli umani in esseri mostruosi vittime a loro volta di esseri mostruosi.

I numerosi viaggi che l'artista compie insieme al marito dagli anni '60 in poi,  in America, Asia ma soprattutto Nord Africa e Africa sub-sahariana, cambiano per sempre il suo modo di dipingere. Come Picasso cinquant'anni prima, la Costa si appassiona a l'art negre alla sua vitalità e al suo potere mistico. Al contempo abbracciando le istanze post-moderne, ripercorre a ritroso il tempo per poi balzare in avanti fino ad un ipotetico apocalittico futuro, mescolando miti classici, racconti biblici, personaggi mitologici, passanti  e personalità politiche, che abitano le sue opere.

Dipingerà e disegnerà costantemente ogni giorno, ma tornerà ad esporre solo nella seconda metà degli anni '80. Nel 2002, un anno prima della sua morte sopraggiunta nel 2003, lascia un corpus di circa 1200 opere alla Fondazione Alberto Sordi. Queste opere sono poi riacquistate dall'ente no-profit Valeria Costa Piccinini Heritage Fund, creato nel 2018 dalla figlia e dai nipoti per conservare e promuovere il lascito dell'artista. 

 

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