Figurazione

neo-espressionista

All’inizio degli anni 60, l'artista inizia ad abbandonare il realismo crudo ispirato alla Neue Sachlichkeit tedesca degli anni ’30 e ’40 e anche quella sorta di neo-realismo che negli anni del dopo-guerra aveva caratterizzato i suoi lavori per sperimentare altre modalità di espressione pittorica.

   

In particolare la Costa si orienta verso un recupero delle attitudini espressioniste che meglio riescono ad esprimere la complessità e la profondità del suo universo interiore. Guardare a ritroso nel tempo verso le avanguardie storiche appare per l'artista più funzionale all'espressione della sua visione del mondo come luogo ancora pieno di contraddizioni e sofferenza.

In questa serie di dipinti a colori e in bianco e nero la Costa mette al centro l'umano e le sue infinite espressioni. L'essere come centro dell'universo e del sentire collettivo alla ricerca di un nuovo possibile umanesimo dopo gli stravolgimenti e gli orrori di una guerra che l'artista non ha mai voluto raccontare direttamente ma il cui spettro aleggia in buona parte della sua produzione artistica.

L’uso violento del colore e della materia pittorica, l’interesse quasi ossessivo per la figura umana che appare spesso deformata, nei tratti e nelle proporzioni, tormentata, afflitta dal peso di una profonda inquietudine esistenziale, sono tutti elementi alla base di una serie di lavori realizzati dalla fine egli anni ’60, che mettevano al centro l’essere umano e il suo dolore. In questa serie di dipinti le figure appaiono dotate di arti ed occhi sovradimensionati. L’attenzione sulle mani e le braccia, sui piedi e le gambe, ma soprattutto sullo sguardo permette all’artista di comunicare lo stato di tensione, di paura, di dolore o semplicemente di perplessità e di attesa nei confronti di una realtà che fatica a farsi comprendere.

 

Pur non facendo mai riferimento diretto alle rivendicazioni femministe, nei suoi lavori la Costa mette costantemente al centro le donne. Inascoltate, marginalizzate anche all’interno della propria famiglia, le donne portano sulle proprie spalle pesi e responsabilità che schiacciano la loro individualità e personalità. Dai suoi scritti apprendiamo quanto sia stato difficile per l’artista accettare quel ruolo di “obbedienza” e di rispetto dell’ordine delle cose che la società dell’epoca si aspettava da una donna fin dalla più tenera età.

"Perché ero nata donna se avevo tanto desiderio di essere un uomo libero?" 

Negli anni '60 Valeria Costa inizia a viaggiare spesso all’estero, accompagnando il marito, l’ingegnere Ferdinando Piccinini, nelle sue numerose trasferte in giro per il mondo tra l’Africa, l’Asia, e le Americhe. 

 

Questi numerosi viaggi contribuirono a nutrire il suo immaginario artistico e in alcuni casi a riportare alla luce ricordi ormai lontani, ma ancora vividi legati agli anni della dittatura e della guerra, che l’artista non aveva mai voluto trattare direttamente.

 

"Esseri colti in una delle tante indefinite espressioni: orgoglio, amore, pena, indifferenza, dolore, rabbia...esseri umani mutevoli, di passaggio come noi"

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