I testi di questa sezione sono a cura di Fabrizio d'Amico (1989) 

La prima produzione di Valeria Costa 

"Furono diversi i primi passi di Valeria ancora ricoverati negli anni Trenta, mossi in dialogo con la pittura romana del tempo. Un Ritrattto di Carla, datato 1938, un altro forse di poco successivo, felicemente tentato ad affresco, secondo i dettami di quegli anni, già la rivelano in possesso di uno sperimentato mestiere. Sono l'uno e l'altro, primissimi piani, incombenti verso chi guarda. Attoniti, gli occhi fissi e assenti della teletta, lo spalto da cui s'affacciano, il paesaggio che s'apre a sinistra, sormontato dall'enigmatico cordino che forse, ma soltanto forse, tiene alta la tapparella consente l'ingresso nella camera scura della poca luce, tutto dice di una diffusa devozione al museo, passata al filtro della declinante metafisica dechirichiana,"  

Valeria Costa

Ritratto di Carla, 1938

olio su tela, 37x45cm 

La foto, conservata nell'album fotografico n. 29 (Archivio Storico Quadriennale) relativo alla III Quadriennale, è stata scattata nel corso della campagna fotografica realizzata durante la mostra, che si è tenuta a Roma nel Palazzo delle Esposizioni dal 5 febbraio al 22 luglio 1939

"Aveva frequentato il Liceo Artistico, Valeria, e seguito i corsi liberali della Scuola di Nudo; la variegata, rigogliosa pittura romana del quarto decennio le si dipana davanti agli occhi, non ancora impacciata dai dettami costringenti del regime. Ma già assieme a quella che è forse la prima maturità anagrafica - mancano, adesso come poi quasi sempre, le date in calce ai dipinti della Costa ad assicurarci con definitiva certezza dell'evoluzione di un stile, che sarà in ogni modo ricco sovente di ritorni - durante uno degli ultimi anni del Trenta, comunque o uno dei primi del decennio ulteriore, già si affaccia un modo più definitivamente personale; cresce l'acribia disegnata, l'aspra pregnanza di un segno che si fa ogni giorno più scavato, scultoreo, tagliente."  

"L'immagine, battuta da luci violente, scabrose, impietose come quelle della ribalta, ne esce con un singolare sapore di 'più vero del vero', sfogando in una sorta di crudo iperrealismo, in una visione in cui la lucida, e talvolta ironica parafrasi donghiana della realtà - per riferirci ancora ad un altro protagonista di quegli anni - si carica di un'ulteriore drammaticità di tenore quasi espressionista. E' una cifra stilistica, questa, che rimarrà nel tempo durevole, resistente in Valeria; ad essa soprattutto si appoggeranno, negli anni a venire, i disegni. (...)" 

"... ha vissuto la pittura in modo insieme straniato e totale, disinvolto e ossessivo: portandone sopra di sé la fatica, assaporandone dentro di sé le gioie, facendola ogni giorno non solo segretamente - senza porsi dunque, la mira di un riscontro più o meno ufficiale - ma anche separatamente dai ritmi contigui e 'normal dell'esistenza'

Valeria Costa Bambina seduta,      metà anni '40

olio, 70x90cm 

Valeria Costa

Ritratto di Orazio, 

metà anni '40

olio su tela, 60x95cm 

"Ma torniamo, adesso, ai nostri anni, che sono dunque, all'incirca quelli di guerra. il 'Ritratto di Orazio', 'l'Autoritratto', e più di tutti la 'Bambina seduta' sono davvero a un passo dalla Neue Sachlichkeit;

con un'aggiunta, di mistero e di allarme che fa di quei ritratti singolari compagni di quelli coevi di Leonor Fini (studio per un volto, ad esempio, del 1940 o il Ritratto romantico del 1942, che era conservato in una collezione romana), allora per altro lontana dall'Italia, peregrinante tra Europa e America, e con ogni probabilità sconosciuta alla Costa.  

Gli anni del dopoguerra

(A queste date ...) Ha già scoperto quella che rimarrà la sua prevalente chiave espressiva, quella propensione fondamentale dell'animo, e della mano, che l'accompagnerà nel tempo costituendo come il basso continuo della propria esperienza pittorica: che è propensione a scrutare dentro l'apparenza del reale con occhio impietoso e lucido, deposti i veli di ogni consolante sentimentalismo; con la speranza di scoprire, dentro e dietro quell'apparenza, un nesso più profondo ed essenziale, un groppo irriducibile di verità. 

Sarà così, nel tempo, dilacerato, allarmato, sovrano, ovvero più serenamente disposto a convivere con quanto guarda e scorge d'attorno, il suo realismo - sfociando talora in un empito quasi espressionista, talora scoprendo le proprie tensioni allo scavo fantastico e surreale, talora disponendosi a farsi semplicemente obiettivo, fino a sfiorare un'asettica quiete rappresentativa. Ma non tradirà mai se stesso, e le radicate ragioni del pensiero che l'ha generato

Valeria Costa

Ritratto di Anna con Zozo, 1949 circa. olio su tavola, Dimensioni: 43x55cm 

"Negli anni 50, nei primi 60, si dispongono ad esempio alcune tele che confermano la sua antica attenzione per la Nuova Oggettività tedesca" 

"... Citiamo fra le altre : 'Streap-tease', 'Gente che balla', 'Uscita da teatro', dipinti tutti che posano lo sguardo su quel mondo borghese, appagato e soddisfatto di sé, che era stato l'oggetto della dura esacerbata polemica di Grosz, di Dix, di Shad, di Beckmann, dei loro storici compagni.

 

La Costa avvicina quel mondo consapevole che molto tempo è passato da quel grido, da sull'ira lanciata contro di esso. Così, mentre un segno indagante ed inciso scopre ebbri e abbandoni e stanchi abbracci, mentre una luce livida e accesa svela ottuse volgarità e piccole lascivie, Valeria guarda a quell'umano consesso con distaccata freddezza, senza simpatia, certo, senza partecipazione, ma anche senza quell'astio e quell'estrema ripulsa che era stata dei suoi antichi, ormai troppo distanti 'maestri'"

 

I contenuti testuali di questa sezione sono tratti dal testo critico di Fabrizio D'Amico pubblicato nel libro "Valeria Costa. Donna, pittrice" (1989) 

Francesco D'amico è stato Docente fino di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Pisa, Accademico dell’Accademia Nazionale di San Luca, consulente dell’Archivio Accardi Sanfilippo di Roma e curatore, fin dal 1976, della rubrica d’arte contemporanea de La Repubblica. 

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